Anima 2

La critica post-idealistica del concetto di spirito come opposto o negazione del corpo ha rilanciato nel Novecento un discorso filosofico sull’anima come principio vitale e non puramente spirituale-razionale; l’anima è qui un principio inconsapevole, notturno, naturale che si contrappone non al corpo ma allo spirito come principio astratto. Con lei penetriamo nelle penombre muschiose e lunari dell’umano, stillanti gli umori della notte, abitate dal popolo cacciatore e assetato, da belve, animali immaginari, magie e incantesimi. È quanto evoca il mondo sciamanico, patrimonio antichissimo dei più svariati popoli primitivi, ancora adesso testimone e mentore di una visione spirituale del mondo naturale. Pare qui opportuna una citazione di James Hillman: “Per anima […] intendo quella prospettiva che approfondisce i fatti in esperienze, rende il senso possibile, si connette alla religione, si comunica in amore e riflette una relazione speciale con la morte. Inoltre l’anima si riferisce alla possibilità immaginativa racchiusa nella natura umana che riconosce tutte le realtà come fondamentalmente metaforiche e mitiche”.

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Anima 1

“Anima” è un termine di origine latina (con la stessa radice del greco anemos, vento, e lo stesso senso di spiritus, greco pneuma, aria, soffio, respiro) che indica convenzionalmente il principio dell’attività cosciente dell’uomo e, più in generale, il principio della vita di ogni vivente.
L’indagine antropologica ha rivelato che nelle cosiddette società primitive essa è intesa principalmente come principio vitale materializzato e identificato con organi o parti del corpo (grasso delle reni, cuore, diaframma…) o con il respiro o l’ombra; oppure può essere identificato con un oggetto o un animale che si configura come “anima esterna”, nozione quest’ultima presente in varie forme sia nella cultura primitiva sia nella favolistica europea. L’anima come principio distinto dal corpo è propria di molte dottrine religiose antiche, quali l’orfismo, la religione babilonese, egiziana, iranica; in alcune religioni orientali, come il buddhismo e il brahmanesimo, si ammette anche una trasmigrazione delle anime (metempsicosi).
Le antropologie prefilosofiche dei popoli indoeuropei pensano all’uomo come a un corpo il cui soffio di vita (psyche) esce dal corpo e continua una sua esistenza umbratile e depauperata; per l’antropologia ebraica l’uomo è unitario e il suo nefesh contiene sia la sua vita vegetativa che quella spirituale; alla morte si torna
polvere (e il ruah torna a YHWH dal quale è per grazia giunto sino all’uomo per farlo diventare un vivente).

Come sarà approntarle (per l’Anima, intendo) una Locanda?

trovare se stessi – prender cura di sé

Il termine “cura” nel suo senso generale è sinonimo di trattamento che nel caso di disturbi psichici trova la sua espressione – tra le altre – nelle varie forme di psico-terapia. Siccome però la sofferenza psichica, a differenza della fisica, non è tanto un incidente circoscrivibile della vita umana, quanto un modo di declinarne l’esistenza, la cura non può prescindere da quella relazione che Jung evidenzia tra psiche e senso. È nella natura d’ogni esistenza incontrare ostacoli, talvolta sotto forma di malattia, che danno opportunità di riflessione e occasione di aggiustare forme improprie di adattamento dell’io o per realizzare l’integrazione di contenuti inconsci portatori di senso. Questa concezione di cura inscritta non nella categoria guarigione ma in quella di senso ha analogie con quella heideggeriana di Sorge e caratterizza la relazione con l’altro (coesistenza) o come besorgen, in cui non ci si cura tanto degli altri quanto delle cose da procurar loro, o come fursorgen, che si apre agli altri e in questa apertura fonda la possibilità della  cura stessa

A tutti facoltà di parola

L’io viene trattato come un pari o un primus inter pares, una funzione dinamica risultante di molte parti in dialogo tra loro con linguaggi talvolta differenti, che non ha bisogno di esser rafforzata per sé ma solo in funzione di questa base/struttura dialogica e poetica della mente; paradossalmente in fondo si rafforza indebolendone il controllo, lasciando ad altri, ai molti facoltà di esprimersi e all’io funzioni di coordinamento e ascolto. A tutti facoltà di parola, imparando l’ascesi del non giudizio ed insieme quella per la quale anche chi giudica e condanna, chi sogna e sbaglia, chi delira possa aver voce, una voce tra le molte. Stiamo trattando il mondo intrapsichico, il mondo dell’anima come un mondo immaginale e come tale ben poco intra anche nello squallore delle sue idiosincrasie, un pianeta abitato da popoli differenti, talvolta sconosciuti, di pelle, lingua, usi, religioni e costumi diversi, una “etnologia immaginale”, di antica o recente tradizione, giovani o vecchi, in conflitto, in pace o in alleanza, sconosciuti.

Narrare, narrarsi, forse, talvolta, poetare

Fin dall’inizio ci chiediamo: quale senso può avere parlare di “anima”, termine così carico di storia e controversie, in una cultura come la nostra, contrassegnata dalla “morte di Dio” e quindi sospettosa verso ogni termine riguardante il sacro?
Salvatore Natoli nota come “morte di Dio” implichi anche “morte dell’uomo” così come si è concepito fino ad allora, cioè “figlio di Dio”, introducendo un nuovo senso del limite e reclamando una nuova, originale identità. Cosa sarà mai, allora, l’anima di un uomo che è morto insieme al dio che lo ha creato e che cerca il proprio volto nella storia, nell’altro o nella natura?
Il termine “cura” ha molte possibili accezioni: quale si addice meglio ad un’anima e a un counseling? Che intendiamo per “qualità della vita” in opposizione a “quantità” di cose, relazioni, esperienze? Cosa impedisce o ostacola l’elaborazione di quel che ci accade a tal punto che i fatti e le cose, materia grezza e necessaria, stentano a diventare storia personale, narrazione? E ciò è davvero importante se crediamo che questo sia un motivo di tanto malessere nella nostra esistenza.
Il counseling pur utilizzando e integrando svariate tecniche espressive e psicocorporee utilizza precipuamente la parola, è una talking cure. Qual è dunque in esso la funzione della parola e del silenzio, suo inseparabile compagno, qual è la sua pertinenza, il suo significato, vista la sua struttura umbratile ed evocativa? Narrare, narrarsi, forse, talvolta, poetare; ma chi scrive, chi parla, chi narra?

 

umanità

Parafrasando ancora a partire dalla vignetta: neppure il riconoscimento equivoco dell’altro (“Tu-tu? Felipe-Felipe?”) è accolto, appare fraintendimento colpevole, non raggiunge, non tocca nel vivo col richiamo al pronome personale o al nome proprio, non sta indicando la provenienza dalla comune umanità; piuttosto yo-yo è quello che mi separa e distingue da te. Simile prospettiva ingenera davvero angoscia di frammentazione quando incontra la discontinuità del non conosciuto nel conosciuto, la fragilità della cosiddetta personalità, il destino che rende soli (piuttosto che la solitudine egocentrata).

“La mia umanità sta nel sentire che siam voci di una comune indigenza” (J.L. Borges, Carme presunto e altre poesie, trad. UmbertCianciolo, Einaudi)

ancora intorno all’Ego

Ancora un gioco di richiami.

Il fraintendimento tra i due protagonisti della vignetta suggerisce un altro equivoco: che tutto sia riconducibile a yo-yo, io-io, a gioco giocato dall’Io, a voglio-posso-comando, a io scelgo e io sono responsabile, pretesa cui spesso una recrudescenza di controllo e chiusura narcisistica fa da contrappasso. Io-io può essere assimilato ad una sorta di gioco autistico, senza dei, angeli, demoni, relazioni e trascendenze, un mondo che genera una reazione di claustrofobia (l’unica risposta possibile talvolta ma anche lì sintomo da curare o malattia da internare) e fughe autodistruttive (egodistruttive), un mondo senza porte e finestre, senza anima, senza mistero, perché bandito, inesistente o irrilevante è in esso ogni richiamo ulteriore, un mondo senza poesia. E l’Io è posto in proposizioni con verbi scrupolosamente attivi dall’angoscia di perdere il controllo e di scoprirsi alla stregua di semplice scintilla nell’universale incendio.

Non solo qui, non solo ora eppure solo qui, solo ora

felipe

Lo scambio di battute tra Mafalda e Felipe (personaggi creati dall’estro dell’indimenticabile Quino), basato sull’ambiguità tra il termine yo in spagnolo e il suo esser componente del nome yo-yo  – ambiguità fonetica che lo scritto dissipa solo in parte – suggerisce ed evoca le radici di questo ricercare. Ci sono due persone in relazione, avviene uno scambio comunicativo alla pari, tra loro un gioco da cui parte e che dà forma all’interazione; in breve ecco un equivoco irritante, ostinato (come una patologia) che crea tensione fino a spalancare la porta sull’esplosività della battuta finale tra abreazione e insight: “Egocentrico!”. Difficile non rimanere coinvolti dall’ipnotica riflessione di specchi che la vignetta espone e significa, senza dichiarare né nascondere come un vero oracolo; la mano e lo yo-yo inscenano un gioco di potere, un controllo che simula un lasciare andare sino al rendiconto finale: lo yo-yo è legato a un filo e a fine corsa non può che ritornare alla mano che l’ha lanciato. Esperta, pervasiva, onnipotente; la fuga è apparente e impossibile la novità. Non solo: il gioco è anche il va e vieni di battute a senso unico che transitano tra i due in una fuga, apparente anche qui, dall’impossibilità di capirsi per l’equivocità dei termini, come l’entrata in un vortice, un’escalation che termina in accusa; la rottura lascia invariata la situazione di partenza. Sullo sfondo il piacere di un controllo che la relazione con l’altro mette in discussione ma non necessariamente scardina e il cui risultato pare un isolamento più accentuato. Tutto torna all’ego e alla sua ipertrofia: questo è il vero “gioco transazionale” che il clinico corre il rischio di rafforzare, nel quale non c‘è viaggio, non c‘è scoperta, c‘è tautologia.

E se invece passassimo da un’ego-logia ad una eco-logia, da ego a oikia/casa?

Un inizio

“C’è un inizio ma è solo nel tempo”. Come a dire che siamo preceduti, il pensiero è preceduto, il linguaggio è una madre… punteggiamo la sequenza di eventi (come direbbe P.W.), spesso scordando il fatto che ogni punto è una possibile entrata, l’esserci delle cose un “come se”.

Qui proverò a pensare clinico che qualunque cosa voglia davvero dire si avvale del letto, klinòs, e di quanto in esso cade (il “caso”), non solo persona ma anche quanto essa soffre, la attraversa, la fa patire. Per questo si chiama (e ogni uomo si proclama nel dolore) “paziente”.

Forse sarà uno straparlare scritto, un immaginare libero, una proposta sussurrata al silenzio del cosmocaos. So che la condividerò con alcuni anche in disaccordo ma tutti viandanti col loro bastone da viaggio, e questo basta.

Buon viaggio sia, allora!